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  • Dott.ssa Margherita Zorzi

Insofferenza

Renzo Carli*, Rivista di Psicologia Clinica vol. XV n°2 - 2020


Abstract La sofferenza, nella proposta presentata in questo lavoro, viene considerata come l’emozione che si prova nel provare emozioni. La sofferenza è l’emozione che ha come oggetto se stessi nell’essere emozionati, al contrario di tutte le altre emozioni che hanno l’altro come oggetto, o meglio che “costruiscono” l’altro tramite la simbolizzazione emozionale. L’insofferenza, di conseguenza, è vista quale rifiuto di pensare alle emozioni che si provano; l’insofferenza, quindi, comporta l’agito emozionale nei confronti dell’altro reificato, ritenuto la causa, il responsabile dell’emozione che si prova nei suoi confronti. L’insofferenza, molto frequente nelle dinamiche di convivenza, viene analizzata nelle sue implicazioni cliniche. Parole chiave: sofferenza; insofferenza; passività; agito emozionale; violenza.


Premessa Una comprensione dell’emozione che passa sotto il nome di “insofferenza” presuppone che si colga il senso della “sofferenza”, nei confronti della quale la nostra emozione sembra proporsi come negazione. Soffrire è un termine di origine latina il cui etimo risale a fero, che vale “portare”, unito alla particella sub, equivalente a “sotto”. Suffero (sufferre) vale presentare (porgere un oggetto sostenendolo da sotto, in atto di deferenza), ma anche fornire, sostenere, tenere in piedi, e in senso traslato sopportare (un peso), quindi soffrire, patire, subire. Soffrire, d’altro canto, è anche il significato del verbo latino patior (passus sum, pati), derivato dal greco pàthos. Qui le cose si complicano. Come ricorda Fitzgerald (2008), il termine greco pàthos significa, letteralmente, “sperimentare qualcosa” sia in senso positivo che negativo (1). L’emozione, quindi, e non si coglie il motivo dello stupore del Fitzgerald, è un termine che non si dipana lungo quella comoda, semplice e spesso inutile categorizzazione che vuole attribuire “un senso positivo” o “un senso negativo”

Pablo Picasso, The Weeping Woman, 1937, 60 x 49 cm, oil on Canvas, Tate Modern.

all’emozione stessa. I greci non erano preoccupati di questa attribuzione di “valore”, che porta ad accettare o rifiutare un’emozione. Pàthos indica, in senso generale, l’emozione e al contempo le diverse emozioni, se prese insieme. Più interessante può essere il riferimento al latino patior, la cui etimologia sta alla base del termine italiano: passivo. Le emozioni, in altri termini, sembrano alludere al fatto che non si può non provarle, sperimentarle; di fronte alle emozioni siamo passivamente coinvolti e, forse, questa è la ragione dell’etimologia latina, comune per entrambe le parole: sofferenza e passività. La sofferenza, se seguiamo questa ipotesi interpretativa – suggerita dall’identità etimologica dei termini sofferenza e passività – è intrinseca al “provare emozioni”, in quanto ciò comporta un sentirsi in balìa dell’emozione stessa, una sorta di costrizione, di accettazione ineluttabile dello stato emozionale. In questo senso,


il soffrire e il provare emozioni sono esperienze che si equivalgono.

La sofferenza è il contesto entro il quale si configurano le emozioni “non pensate”, le emozioni che ci attraversano, che ci prendono senza che noi ci si possa far niente.

Pensare emozioni, quindi, è l’alternativa al soffrire, quale stato emozionale irrefrenabile. L’altra alternativa al soffrire sta nel liberarsi delle emozioni tramite l’agito emozionale. Quest’ultima alternativa, d’altro canto, comporta “costi” elevati, come vedremo tra breve.

La sofferenza, a ben vedere, è l’unica emozione che non ha l’“altro da sé” quale oggetto o quale pretesto. Se si ama, si invidia, si desidera, se ci si vuole appropriare, se si prova ira, angoscia, rabbia le emozioni sono rivolte a qualcosa che sta al di fuori di noi, nella nostra percezione; le emozioni, in altri termini, costruiscono l’“altro”, in quanto oggetto delle nostre simbolizzazioni emozionali. La sofferenza, identificabile con il provare emozioni, ha quale oggetto noi stessi. L’oggetto della sofferenza, al contrario di tutte le emozioni, è il nostro sé. L’oggetto del soffrire siamo noi stessi, in quanto proviamo emozioni. Proviamo emozioni passivamente, senza poterci far nulla, in modo irrefrenabile;


il provare emozioni, l’essere attraversati dalle emozioni, in sintesi, è la prima e la più importante esperienza di impotenza.

In questo senso la sofferenza, identificata con il provare emozioni, equivale al sopportare, al portare un peso.

La sofferenza è uno “stato d’animo” intrinseco alla simbolizzazione emozionale tramite la quale – ciascuno di noi e noi tutti insieme che condividiamo contesti – costruiamo la nostra relazione con la realtà contestuale. Il fatto che gli “oggetti”, quegli aspetti della realtà che viviamo come altri da noi siano, nell’esperienza, parti di noi che intenzioniamo emozionalmente – nei modi più diversi – e ai quali possiamo rapportarci solo tramite agiti emozionali, tutto questo comporta “sofferenza”. Il soffrire, in altri termini, è la componente mentale tramite la quale noi possiamo amare, odiare, irritarci, gioire, desiderare, idealizzare, sospettare, diffidare, pretendere, stimare, temere, invidiare e molto altro, nella relazione con il contesto. Si può allora comprendere come il “valutare” le emozioni, classificandole entro la più primitiva delle categorie – la categoria positivo/negativo – sia già un modo per attenuare l’impotenza vissuta nell’essere attraversati dalle emozioni passivamente, un modo per attenuare la sofferenza del provare emozioni. Il provare emozioni implica, comporta necessariamente l’emozione della sofferenza. Le emozioni alle quali abbiamo fatto cenno, l’amore, l’odio, l’invidia, la preoccupazione, la diffidenza, la rabbia, tutte implicano una relazione con l’altro; sono emozioni che segnano, caratterizzano, organizzano, strutturano la relazione con l’altro. La sofferenza insita nel provare emozioni, di contro, è un’emozione riferita univocamente a se stessi, caratterizza la relazione con se stessi. Si può dire che


la sofferenza, intesa quale emozione provata nello sperimentare emozioni, sostanzia il rapporto con se stessi e con le proprie emozioni; la sofferenza, in altri termini, attraversa lo stare in rapporto con se stessi, lo stare soli con se stessi e con le proprie emozioni.


Le emozioni che hanno come oggetto l’altro, possono essere pensate o agite: l’agito concerne l’altro e può connotare in modo agito – non pensato, quindi – la relazione. La

Sir Lawrence Alma-Tadema (1836 - 1912), Expectation (Impatient), acquerello, collezione privata.

sofferenza provata nel provare emozioni – di contro – non può essere agita, in quanto l’oggetto dell’agito non c’è; la si può pensare, oppure l’unico modo agito di rapporto con la sofferenza è la sua negazione; una negazione che comporta la reificazione dell’emozione riferita all’altro. Negare la sofferenza legata al provare emozioni, in altri termini, comporta anche – necessariamente – il negare l’accettazione dell’origine “interna” delle emozioni che concernono l’altro, e al contempo il rifiuto dello stare soli con se stessi al fine di riconoscere la propria realtà emozionale.

L’origine delle emozioni che concernono l’altro, la si può cercare nel tentativo di “dare un oggetto” alla sofferenza, quale stato originario del nostro essere attraversati dall’emozione. Le emozioni che si rivolgono all’altro, quindi, sono una trasformazione della sofferenza caratterizzante lo stare soli con noi stessi. Noi “scopriamo” il mondo esterno tramite l’investimento emozionale di ciò che sta fuori di noi, quale trasformazione della sofferenza caratterizzante la relazione emozionata con noi stessi. La sofferenza, in altri termini, può essere considerata quale “grumo originario”, quale insieme emozionale infinito, che contiene in sé tutte le emozioni. La relazione con gli oggetti del mondo esterno, relazione originariamente emozionale, comporta il dispiegarsi di simbolizzazioni emozionali nei confronti degli oggetti stessi, originate dalla sofferenza insita nella relazione emozionata con se stessi. “Stare bene con se stessi”, allora, comporta l’accettazione della sofferenza emozionale e, quindi, la possibilità di pensare le emozioni con le quali simbolizziamo gli oggetti della realtà, dando un senso al nostro porci in relazione con tali oggetti tramite la loro connotazione emozionata. Accettare la sofferenza emozionale, vuol dire accettare se stessi e la propria modalità di conoscere emozionalmente ciò che sta fuori di noi; una conoscenza che si realizza tramite la simbolizzazione emozionale con la quale facciamo esistere gli oggetti che attribuiamo alla realtà esterna. Solo il pensiero sulle emozioni che danno origine agli “oggetti - non noi”, consente di configurare come esterni a noi gli oggetti stessi e consente, quindi, di organizzare una relazione con tali oggetti. Tutto questo è possibile se si accetta il nostro essere emozionati, quindi se si accetta la sofferenza che ci configura quali entità emozionate. Pensare a noi stessi, in definitiva, comporta il simbolizzarci emozionalmente come sofferenza.

Perché sofferenza? Perché il provare emozioni comporta sofferenza, o meglio è esso stesso un evento identificabile come sofferenza?

Torniamo all’etimo greco, al pàthos e al termine da cui origina, il verbo pàsco, che letteralmente significa “ricevo un’impressione”. Pàthos significa “ciò che ci accade”. Nei vocabolari, poi, si specifica che l’impressione che riceviamo, ciò che ci accade, ha spesso una componente “negativa”. Ma quello che “ci accade” implica una sorta di passività in chi subisce l’accadimento, così come il ricevere un’impressione comporta, in chi la riceve, ancora una sorta di passività. Patior, il termine latino che corrisponde al verbo greco pàsco, vale sofferenza ma è anche – in questo caso soprattutto – la radice della parola passività. Il provare emozioni, in sintesi, è un evento che comporta passività. Chi “prova” emozioni lo può sperimentare solo entro una accettazione passiva delle emozioni stesse. Le emozioni si subiscono, l’esperienza emozionale comporta un “essere attraversati” dall’emozione, un vivere passivamente l’emozionalità. Le cose cambiano se all’emozione segue l’agito emozionale; in quanto “agito”, esso comporta l’illusione di qualcosa che prevede l’iniziativa della persona coinvolta. Qui sta la grande differenza, proposta entro la teorizzazione psicoanalitica, tra


agito e azione. L’agito consiste nella traduzione comportamentale dell’emozione, passivamente vissuta come se il protagonista dell’agito fosse un altro. Raptus, momento di follia, perdita del controllo di sé, stato di incapacità di intendere e di volere, impulso irrefrenabile ... tutti modi per indicare che l’agito è, sì, un comportamento che ha conseguenze sociali e giuridiche nel suo essere messo in atto ma, al contempo, implica che chi compie l’agito non lo fa intenzionalmente, è preso passivamente in un irrefrenabile bisogno di mettere in atto qualcosa, senza esserne “consapevole”, senza viversi come attivamente implicato in ciò che viene agito. Ben diversa è, di contro, la nozione di azione, ove l’attore di ciò che viene messo in atto appare consapevole della cosa, e il suo agire viene percepito come intenzionale.

In sintesi, la sofferenza insita nel provare emozioni può essere considerata quale stato emozionale evocato dalla passività alla quale costringe l’emozione stessa. Passività e sofferenza, dunque, sembrano sinonimi quando si tratta di descrivere, categorizzare, conoscere ciò che avviene a tutti noi nel provare emozioni.


L’insofferenza

Pensare emozioni, in base a quanto ho affermato sino ad ora, comporta – quale evento importante e preliminare – l’accettare la sofferenza insita nel provare emozioni e nel poter riconoscere come proprie le emozioni stesse. L’insofferenza, quindi, consiste nel rifiutare la sofferenza della quale parlo e nell’attribuire le proprie emozioni all’“altro”, agli eventi o alle persone del contesto che, con la loro specifica esistenza, causano e giustificano le nostre emozioni.

In questo senso, il rifiuto di accettare la sofferenza comporta la necessità compulsiva di agire le proprie emozioni, di trasformarle in agiti che coinvolgono gli “oggetti” del contesto ai quali attribuiamo il movente, la causa delle nostre emozioni.

...


Per proseguire la lettura si rimanda a

http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/ojs/index.php/rpc/article/view/816/833




* Già Professore Ordinario di Psicologia Clinica presso la Facoltà di Psicologia 1 dell’Università di Roma “Sapienza”, Membro della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, Direttore di Rivista di Psicologia Clinica e di Quaderni della Rivista di Psicologia Clinica, Direttore del Corso di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica - Intervento Psicologico Clinico e Analisi della Domanda. E-mail: renzo.carli@uniroma1.it

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